Forme dell'arte

Architettura, scultura, pittura

L'architettura longobarda nella sua massima espressione – identificata nei monumenti del sito-seriale “I Longobardi in Italia. I centri del potere (568-774)”, divenuto nel 2011 Patrimonio mondiale UNESCO – materializza ed esalta i caratteri innovativi della Cultura longobarda che nel reimpiego di elementi architettonici ha realizzato nuove forme espressive: testimonianza di una originale quanto straordinaria <fusione di culture e tradizioni germaniche, classiche greco-latine, bizantino-orientali>. Unicità, eccezionalità e originalità dei beni tutelati dall’UNESCO rappresentano la massima espressione di una nuova Cultura che peraltro si esprime, con varia intensità, lungo l’intero “corridoio geoculturale europeo” che, nell’arco del primo millennio dopo Cristo, ha visto il fluire dell’epocale “viaggio” delle Genti longobarde e che conserva le testimonianze della loro presenza nelle varie tappe di storica permanenza.

Nel nord e nel centro-est Europa la principale risorsa a disposizione per creare i propri insediamenti era principalmente il legno, in quanto tale deperibile; viceversa nella penisola italica i materiali di costruzione lapidei consentirono quella durata nel tempo che ci consente oggi di ammirare il risultato degli insediamenti longobardi anche se in forme parzialmente integre, nelle successive modificazioni o negli stessi ruderi. Il panorama si estende così a castelli, luoghi fortificati, monasteri, chiese, vari edifici di culto nei quali sono tuttora visibili – in forma integra o parziale – prestigiose opere di scultura e importanti cicli pittorici. In esse sono evidenti i benefici influssi dei princìpi e delle idealità cristiane che costituirono il reagente capace di far evolvere la Cultura longobarda con la fusione di precedenti tradizioni e culture sino a elaborare una nuova Cultura cui oggi si riconosce il valore di "radice primaria della Cultura europea, sviluppata poi dai Carolingi".

Arte orafa e metallurgica

Nel periodo germanico (I° sec a.C. – IV° sec. d.C.) gli elementi decorativi della cultura materiale attribuita ai Longobardi corrispondono a quelli caratteristici delle genti germaniche nord-occidentali connessi com’erano alla mitologia nordica, al culto di Odino e ai rituali iniziatici. I riferimenti ornamentali richiamano lo stile animalistico stilizzato proprio dell’arte e della cultura dei popoli nomadi delle grandi distese eurasiatiche sviluppatasi e diffusa dal I° millennio a.C. ai primi secoli d.C.). Nella fase più avanzata - dopo i primi contatti armati con i Romani - compaiono motivi ispirati all’artigianato militare romano tardo-antico (fibbie ornate da animali e decori vegetali). L’evoluzione dell’arte orafa viene poi evoluta nell’area pannonica, nella quale le tradizioni germaniche cominciano a fondersi con quelle tardo-romane.  Risalgono a questo periodo le crocette in lamina d'oro sbalzate, secondo una tipologia che si rimanda anche agli influssi dell’arte bizantina. Gli esemplari più antichi di crocette presentano riconoscibili figure di animali stilizzati. Produzioni successive adottano come decorazione intricati elementi vegetali all'interno dei quali compaiono talvolta figurine zoomorfe. Compiano anche altri oggetti d’arte orafa, ancora di ascendenza germanica, come le monete-amuleto (monete bratteate). Con l’accostamento all’arianesimo, nel VI sec. compaiono le grandi fibule e una tipologia di crocette con piccole teste stilizzate di Cristo al centro delle croci. Nel corso del VII secolo, di pari passo con la conversione al cattolicesimo, le crocette assumono un ruolo propiziatorio, con rielaborazioni ornamentali di elementi riferibili alla mitologia pagana: segno del passaggio dal paganesimo al cristianesimo. La produzione di croci in lamina d'oro sbalzate continua nel VII sec. e ad essa si aggiungono i primi esempi di monetazione e di anelli-sigillo con testine umane e lettere latine. Altre tipologie di prodotti: orecchini, guarnizioni da fodero in lamina d'oro per gli scramasax , guarnizioni di sella e reliquiari. A partire dall’VIII secolo, l’arte longobarda conosce la fase di massima fioritura artistica, sottolineata dalla ripresa di modelli di età romana e da raffinate produzioni di influenza bizantina.

Canti e musica

I canti popolari dell'alto medioevo univano tradizioni orali pagane ai canti di lavoro. Di questa fase restano rare tracce scritte nei monasteri che dovevano principalmente occuparsi di trascrivere i canti della Chiesa.  La musica popolare coinvolgeva gente comune, contadini e uomini in armi. I temi erano i più semplici: storie di lavoro, feste, vicende amorose, paura degli elementi naturali e i brani mutavano di volta in volta in base alla elaborazione di chi li interpretava. Questi racconti in musica accompagnavano i lavori nei campi anche per scandirne i ritmi oppure venivano eseguiti in occasione di feste stagionali, di riti di passaggio oppure per richiamare le gesta di antichi eroi di tradizione germanica o antichi culti pagani anche riadattati al cristianesimo.

  • Canti liturgici - Per trattare della parte musicale liturgica, la più importante nella ricostruzione del sistema politico-religioso dell’Altomedioevo è necessario fare un passo indietro nella storia perchè i principali canti sacri – che i Longobardi ben conobbero – erano frutto di elaborazioni originatesi nel periodo tardo-antico.
  • Canto aquileiese (o patriarchino) e Canto ambrosiano - sono due antiche tradizioni di musica sacra nate in Italia settentrionale nel periodo tardo-antico. Il primo apparteneva al vescovado (poi Patriacato) di Aquileia, mentre il secondo è legato al vescovado (poi Patriacato) di Milano. E due canti sono quasi coevi ma entrambi furono in uso ben oltre l’epoca longobarda.
  • Girolamo e Sant’Ambrogio - Alcune date ed eventi consentono di percepire lo sviluppo di questa fase. Il primo elementi ci perviene da una lettera del Padre della Chiesa di S. Girolamo che tra il 370 e il 373 visse ad Aquileia a fianco di S. Cromazio, futuro vescovo della metropoli adriatica. Girolamo dunque definì in una propria lettera il gruppo di chierici di Aquileia un “chorus beatorum”, cioè un gruppo di cantori liturgici di forte ispirazione cristiana. S. Ambrogio fu proclamato vescovo di Milano nel 374 e a lui fa riferimento la nascita del canto ambrosiano che sarebbe perciò successivo alla sua nomina ecclesiastica. Questi elementi potrebbero certificare la primogenitura aquileiese tra le due espressioni canore della liturgia cristiana, entrambe monodiche ma che presentano alcune distinzioni. Il canto aquileiese risentiva dei legami con Alessandria d’Egitto - fonte di prima diffusione cristiana nell’alto Adriatico - e con il vicino Oriente; l’ambrosiano si presentava ripartito tra parte più semplice eseguibile dai fedeli e parte vocalmente più elaborata riservata ai chierici.
  • Canto beneventano - Il canto ambrosiano fu la base di sviluppo – in epoca longobarda – della variante rappresentata dal successivo canto beneventano (VI-VIII sec). A Roma, intanto, tra il VI e il VII secolo il repertorio vocale e liturgico della Chies adottò il cosiddetto Canto romano antico (cantus vetus).
  • Canto gregoriano – Tradizionalmente esso viene fatto riferire a papa San Gregorio I Magno (fine VI-inizio VII sec.). In realtà questo canto nacque tra l’VIII e il IX secolo dall’unione del canto romano antico con il canto gallicano (sviluppato nei territori dei Franchi a partire dal V sec.). La sintesi tra romano e gallicano fu voluta dai Franchi per uniformare la complessiva liturgia nei territori dell’impero. Il primato sulla antichità dei canti liturgici resta in capo a Milano in quanto l’ambrosiano è tuttora adottato. Aquileia, invece, del suo canto (poi chiamato “patriarchino”) conserva oggi le sola memoria.

Pavia longobarda nella storia della musica

Nell’VIII secolo re Liutprando dispose la edificazione in Pavia della originaria basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro, destinata ad essere il proprio mausoleo e nella quale si narra furono deposte anche le spoglie di suo padre, re Ansprando. Singolare il fatto che, secondo tradizione, il terreno della basilica corrispondeva a quello ove erano state rinvenute le spoglie attribuite al filosofo S. Severino Boezio magister officiorum del re ostrogoto Teodorico il Grande che lo aveva fatto (ingiustamente) giustiziare. Nell’attuale basilica le spoglie di Boezio riposano nella cripta a lui dedicata. Altrettanto singolare (e prestigiosa) la traslazione in S.Pietro in Ciel d’Oro, ordinata e presieduta da Liuprando, delle spoglie di Sant’Agostino oggi custodite in un insegne monumento. Le due personalità possono essere entrambe ricordate per il loro apporto alla storia della musica fornendo così un elemento aggiuntivo ai meriti conservativi della cultura longobarda.

  • Sant’Agostino fu autore del trattato “De musica” scritto durante la sua permanenza a Milano del 384-387 e in cui egli analizza il ritmo e la misura matematica dei suoni, collegando la bellezza artistica alla verità interiore: se la musica serve a elevare la mente a Dio e a commuovere il cuore verso il bene, allora è un dono prezioso e santo (<chi canta, prega due volte>).
  • Boezio scrisse tra il 500 e il 507 il trattato “De institutione musica” con la quale ha trasmesso (e così salvaguardato) la teoria musicale greca. Nei primi libri l'opera spiega natura e valore delle proporzioni numeriche, degli intervalli e dei rapporti matematici dei suoni. Negli ultimi libri Boezio ragiona sulla filosofia della musica e sul valore etico delle melodie richiamando - e così salvaguardando - gli elaborati concettuali di Aristotele, Platone e dei neo-platonici relativi alla musica, suddivisa in tre categorie: <Musica mundana> (armonia cosmica del cielo, moto degli astri e ordine delle stagioni: suoni non percepibili dagli umani); <Musica humana> (equilibrio e unione tra il corpo e l'anima); <Musica instrumentalis> (prodotta dagli strumenti vocali o materiali). Anche questa un’opera che ha condizionato la storia della musica.

La scrittura

L’evoluzione sociale e culturale si basa sulla capacità di trasmettere il sapere in modo permanente e consultabile, ovvero sulla scrittura. E ogni fase della storia si è caratterizzata con il perfezionamento della capacità di produrre documentazioni scritte. Così è stato anche per la fase di passaggio dall’epoca tardo-antica all’Altomedioevo. Nel III secolo dopo Cristo a Roma era comparsa la “minuscola romana” (o corsiva nuova): una evoluzione della precedente “capitale”, carattere in maiuscolo nato nel VI sec. avanti Cristo e adottato per le iscrizioni su pietra o su papiro. La “minuscola romana” si affermò rapidamente all’inizio come scrittura agile e pratica utile nella vita quotidiana ma subito dopo il suo utilizzo fu esteso a tutti i possibili campi applicativi. La caduta dell’impero di Occidente produsse un vistoso calo della produzione scritta laica. Le istituzioni ecclesiastiche e monacali divennero i nuovi depositari del sapere scritto. E in quel periodo prese campo una innovazione tecnologica che soppiantò lo strumento del calamo di canna per la scrittura: la penna d’oca, che consentiva una stesura più fluida sulla pergamena. La frammentazione della sostanziale unità dell’impero nei regni romano-barbarici originò la nascita di scritture locali come quella visigotica in Spagna e quella merovingia in Francia.

  • Minuscola beneventana - La sostanziale indipendenza acquisita dai Principati longobardi del Sud dopo la caduta del regno, favorì la formazione di un carattere scritto locale, la “minuscola beneventana” diffusosi anche in area dalmata. Questo carattere è stato adottato dalla metà dell'VIII secolo fino al XIII secolo, anche se esistono esempi applicativi sino al tardo XVI secolo. Centri più importanti di produzione: il monastero di Montecassino e Benevento. La grafia del tipo barese, dove venne creata una variante della beneventana, si sviluppò nel X secolo. Nel corso del XIII secolo la grafia fu sostituita - per impulso delle dominazioni di Normanni e Svevi e dell'arrivo dell'Ordine Cistercense - dalla scrittura gotica.
  • Minuscola carolina - Nell’impero dei Franchi come frutto della “Rinascita carolingia” fece presto la sua comparsa un carattere destinato, nelle intenzioni e poi nella realtà, a uniformare le produzioni scritte di tutte le aree imperiali: la “minuscola carolina” che semplificava la forma dei caratteri rendendo i testi leggibili in tutto il continente.